Lug 13, 2015 - adozione    No Comments

L’ Adozione

Raramente sentiamo parlare della dolorosa attesa di un figlio che non arriva. Nell’immaginario didownload (13) molte coppie, ci sono dei figli, e c’è il sogno di procreare. La donna spera di mese in mese, i parenti chiedono, sollecitano, fanno confronti e, alla propria angoscia, si aggiunge il timore del giudizio degli altri e la difficoltà a rispondere alle loro “premurose” sollecitazioni.

images (13)Si comincia a sospettare un problema di infertilità che mette a disagio, ci si sente esclusi dalle conversazioni degli amichi, colleghi, dei parenti, quando tutti, proprio tutti, non sembrano avere altri argomenti che la gravidanza, i parti, i sonni persi, le pappe…i figli.

La donna vive una sofferenza che tocca le più diverse sfere: individuale, di genere, del progetto materno, dell’identità del ruolo sociale dell’incapacità a soddisfare il partner, quello di vittima oltre al timore di essere abbandonata, di non poter amare, di non saper donare…download (15)

Iniziano le indagini mediche e aumentano anche i disagi fisici.

images (11)L’uomo si sente ferito nella sua virilità sopratutto se l’infertilità dipende da lui perché, purtroppo, ancora oggi, c’è confusione tra infertilità e impotenza. Ne consegue la vergogna di “non essere veramente un uomo” e di “non saperci fare”. Di solito l’uomo, sia che l’infertilità dipenda da lui, sia che dipenda dalla sua compagna, si chiude in se stesso, preferisce non parlarne, lasciando la donna ancor più sola di fronte alle sue angosce e paure.

L’infertilità sia fisica che psicologica, definitiva o provvisoria è un evento doloroso sottovalutato e può essere vissuto come un’ingiustizia da combattere in ogni modo. La difficoltà a concepire un figlio può generare un sentimento di ingiustizia e di inferiorità che apre una ferita profonda nell’immagine che ognuno dei partner ha di se stesso, dell’amore di coppia e del suo viversi come uomo o come donna.

Così alla sofferenza di non riuscire ad avere dei figli, si aggiungono tristezza, solitudine e incomprensioni, anche all’interno della coppia. L’invidia e la gelosia nei confronti delle altre coppie sono la naturale appendice della sensazione di colpevolezza e dei continui confronti: “ loro sì e noi no?”

Sono sentimenti naturali che rischiano di aumentare se non c’è la possibilità di esprimerli in un luogo atto a trovare vera e profonda comprensione, dove essere aiutati, possibilmente in coppia, ad “elaborare il lutto” dell’assenza del figlio, ma, prima di tutto, a trovare accoglienza per le proprie ferite.

Spesso, è in questi casi che la coppia devia verso l’adozione, come se si trattasse dell’ultima spiaggia.

Adottare un figlio deve essere una scelta matura, un atto d’amore responsabile e condiviso.download (12) L’adozione non è la ruota di scorta, non è lo strumento per celebrare il diritto ad avere un figlio o per riscattarsi socialmente, è qualcosa di innegabilmente diverso.

Un bambino non ha il dovere di soddisfare e colmare i bisogni degli adulti ma ha il diritto ad avere una famiglia, ha il diritto di essere amato ed accettato nella sua diversità, somatica, biologica e culturale.

Chiunque opti per questa scelta, deve avere una preparazione adeguata e una forte sensibilità e maturità per accogliere e rispettare un bambino non solo con eventuali caratteristiche somatiche diverse, ma portatore di un vissuto, una cultura differente, che va rispettata. Se il bambino non si sente accettato, se avverte un distacco, se si sente “un diverso” non riuscirà mai a instaurare una relazione positiva e non si svilupperà in modo armonico ed equilibrato.images (6)

Per tale motivo è fondamentale che ci sia un corretto approccio al percorso adottivo che consenta la crescita della coppia, ed è necessario, fare i conti con le possibili problematiche che l’adozione potrebbe portare nella famiglia. Prima di “mettersi in gioco”, è necessario aver sviluppato una cultura dell’adozione. Adottare significa aprire le porte della propria famiglia, della propria casa, creare uno spazio non solo fisico, ma soprattutto mentale per l’accoglienza di un bambino/a, messo al mondo da altri, con una sua storia, un suo carattere, i suoi problemi.

È fondamentale che la coppia acquisisca, durante il percorso, la consapevolezza delle esigenze e dei bisogni di un bambino istituzionalizzato, del suo vissuto, della sua storia e delle problematiche che incontrerà nella costruzione del rapporto, liberandosi dell’idea del “bambino immaginato.images (1)

Se ciò non avviene l’incontro rischierà di essere deludente perché non conforme a quelle che sono le aspettative e, in contrasto, con le reali esigenze del figlio/a.

Ogni coppia che desideri rivolgersi al Tribunale, prima di presentare domanda, dovrebbe avere già affrontato e assimilato tutti questi argomenti.

images (7)Caratteristica dell’idoneità genitoriale, è la capacità di saper accogliere come ricchezza, e non come limite, la diversità del minore in stato di abbandono

I bambini adottivi sono portatori di situazioni complicate, che si tratti di maltrattamento, o abuso o incurie fisiche o psicologiche,  sono bambini ingannati dalla vita, gli adulti, che avrebbero dovuto soddisfare i loro bisogni, gli hanno imposto un messaggio forte di non riconoscimento, con tutto ciò che ne consegue. Anche i genitori hanno alle spalle vissuti dolorosi, l’infertilità, come abbiamo visto, è un evento doloroso, un primo passo potrebbe essere, per esempio, l’incontro di questi due dispiaceri, in modo che passi il messaggio che anche loro hanno sofferto per non essere stati capaci di concepire ma che hanno trovato in lei/lui proprio quello che aspettavano.

L’Adozione con il supporto e la preparazione giusta può trasformarsi in una esperienza meravigliosa ricca di significati, ma, prima di “mettervi in viaggio”, in/formatevi presso le ASL, le Associazioni di famiglie adottive, i Centri Adozioni.

 

Se si desiderano maggiori informazioni, suggerire argomenti da trattare,

o una consulenza mirata:

callDr.ssa Carla Piras

3248497238

cpstudio3@virgilio.it

Questo Blog ha come fine quello di favorire la riflessione su temi di natura psicologica. Le informazioni fornite hanno carattere generale e non sono da intendersi come sostitutive di regolare consulenza professionale. Le mail saranno protette dal più stretto riserbo e non verranno pubblicate.

Lug 3, 2015 - generale    No Comments

Sweet lies, dolci bugie

images (16)Tutti tessiamo tele di bugie, a volte per evitare punizioni, a volte per ricercare situazioni vantaggiose, per non recare danno a noi o agli altri.

Mentire è un comportamento comune, tipicamente umano, non è tipico dell’infanzia o dell’adolescenza, né necessariamente un indice di patologia. Dire le bugie è una pratica usata per manipolare i pensieri, i sentimenti e i comportamenti altrui, solitamente, si mente in modo spontaneo e naturale.download (8)

download (1)Nel caso delle bugie infantili va considerata la difficoltà a stabilire una linea di demarcazione tra l’alterazione della realtà e la tendenza alla riproduzione fantastica. Non appena i bambini sono in grado di utilizzare il linguaggio, con sufficiente capacità, sperimentano la possibilità di affermare, una verità diversa… spesso gli adulti chiamano bugia ciò che per il bambino è espressione di paure, o bisogno di rassicurazione.

Crescendo, la bugia, assume anche altri significati. Le motivazioni alla base del mentire possono essere diverse: alcune bugie servono a nascondere, altre ad esibire, vi sono bugie pubbliche e bugie private, ogni età e ciascuno dei due sessi, ha le proprie bugie.

download (4)La capacità di “mentire” può essere considerata una “conquista”, attraverso la quale, si cerca una posizione indipendente nel contesto familiare. In alcuni casi, specie a partire dall’adolescenza, motivo psicologico, tipico della bugia, è il bisogno di nascondere parti di un sé ancora troppo insicuro. La parte di Sé che si sceglie di nascondere, può essere diversa a seconda dei casi: la propria insicurezza o dipendenza, o la nuova identità. Una caratteristica dei maschi è l’uso della bugia come esagerazione delle proprie abilità;download (5)

Ci sono ragazzi che mentono solo in uno specifico contesto, in famiglia o a scuola, con gli amici o nei rapporti sentimentali. L’uso della bugia in adolescenza può dunque indicare una difficoltà di integrazione dei diversi aspetti di Sé. Utilizzare la menzogna, contribuisce alla costruzione di uno spazio privato: saper mentire rappresenta, in questo caso, l’espressione della necessità di avere uno spazio. Per esempio, un adolescente che non è in grado di sottrarsi al “controllo” dei genitori, segnala, la difficoltà a rendersi autonomo. In questo caso, la confidenza che alcuni genitori, pretendono e che, qualche volta vantano, rappresenta una violazione del nuovo Sé che, si definisce, elevando difese fra la propria vita e quella dei genitori.

Questo può avvenire anche in una relazione, perché, vivere in coppia, non significa rinunciare completamente al proprio diritto o bisogno di privacy. Nelle situazioni nelle quali c’è un disparità di potere, dire bugie può essere l’unica possibilità per preservare se stessi. Se un partner è troppo geloso, se un genitore è troppo invadente, se un datore di lavoro è troppo indiscreto, mentire può essere l’unico modo per evitare di subire accanimenti emotivi ripetuti.

imageskkkkkNegli adulti, oltre alla menzogna consapevole, per assicurarsi determinati “vantaggi”, può esistere una tendenza abituale alla bugia nella forma dell’esagerazione, a cui spesso crede l’autore stesso.

 

images (18)Adler ha introdotto l’espressione menzogna di vita per indicare quegli autoinganni con cui molti soggetti, compensano il loro complesso d’inferiorità. Ma è in campo amoroso che l’autoinganno si mostra in tutto il suo splendore: tutti conosciamo o abbiamo conosciuto, persone che decidono di rimanere in relazioni ormai lise quando non ci sarebbe bisogno di essere psicologi per capire che la reale motivazione è la paura di affrontare un periodo di solitudine post-separazione, con le incertezze che ne conseguono. Tutti abbiamo saputo della donna a cui, la vita ha riservato solo partner violenti, tutti noi abbiamo avuto esperienza di persone intelligenti, che si accompagnano a persone che non lo sono. Le premesse su cui pone le sue fondamenta, questo genere di pensiero, sono: “valgo poco”, “non valgo”, “non conto”, quindi non posso aspirare a niente di meglio.

Conta molto di più adeguarsi a norme ed ideali imposti: se qualcuno mi sceglie come compagna/o, valgo, se il mio capo, mio padre, mi fa un complimento, contoimages (17)

Dire bugie, quindi, come mezzo per evitare punizioni o rifiuti, per sentirsi approvati, per tutelare i propri spazi, per impressionare positivamente, per evitare dolore, per compensare…

Che lo si voglia riconoscere o meno, in ogni relazione, sono presenti diversi livelli di potere e, come regola generale, la persona che ha meno potere, è più incline alla menzogna, non è un caso che i figli mentano ai genitori, gli alunni agli insegnanti, i dipendenti ai datori di lavoro ecc

Ricordiamocelo, sempre, siamo importanti a prescindere, se noi per primi diamo valore a noi stessi, gli altri lo faranno di conseguenza, si può essere felici anche senza l’approvazione di tutti.

 

 

Giu 29, 2015 - depressione    No Comments

La non vita: depressione

dadadadE’ così da quando mi ricordo di esistere Fin da bambina, sembra assurdo, ma è così. Ricordo che mi isolavo e piangevo pensando sempre la stessa cosa: “Nessuno mi vuole bene”. Ora ho 40 anni e la mia vita è sempre stata un’altalena di malesseri più o meno consapevoli. Eppure gli altri pensano che io sia una donna forte, sempre sorridente, “così solare” mi dicono. L’unico modo che ho per stare bene è quello di non lasciarmi coinvolgere emotivamente. Ma non sempre è possibile e quando capita (nel lavoro, negli affetti, nelle relazioni familiari) e vivo anche una minima delusione, è un disastro. Penso che farei meglio a non esserci, a non vivere, a lasciar perdere tutto. Sono stata da due psicanalisti diversi, uno che lavora in un ospedale pubblico e uno privato (da un euro al minuto) ma, incoraggiamenti a parte, non sono riusciti a indicarmi una via d’uscita. Ho anche seguito una cura a base di farmaci, soprattutto per riuscire a dormire, che mi ha fatto stare meglio, ma quando l’ho sospesa (dopo tre mesi) è tornato tutto esattamente come prima. Sono certa che ne uscirò, com’è accaduto altre volte, usando la ragione, facendomi guidare dal raziocinio e dal buon senso, distinguendo quello che è giusto da quello che è sbagliato. Devo staccare il cuore, però, e vivere freddamente perché, se mi lascio travolgere dai sentimenti e dalle passioni, resto delusa, sto male e piango, non dormo, non voglio vivere. Chissà, forse ha ragione chi ha detto: “Ma gli idioti perché non soffrono di depressione?”. Forse è così e basta, come avere i capelli biondi o il naso storto, forse la depressione non è una malattia, ma è il naso storto. Qualche volta penso che avrei solo bisogno di non essere sola, di vivere come si faceva un tempo in comunità, tutti insieme con i nonni, i cugini, i parenti e i vicini, una vita più semplice e povera, ma forse più ricca di umanità. Nonostante tutto, io, continuo a sperare”…(dal sito depressione-ansia.it)download (7)

Ciascuno di noi ha sicuramente fatto l’esperienza della “depressione”. La depressione è una reazione normale a perdite dolorose come, per esempio, l’improvvisa morte di un caro o la perdita della persona amata, problemi di salute, e, di questi tempi, è piuttosto frequente, purtroppo, la perdita del lavoro…

La tristezza, è una emozione umana, ed è perfettamente normale attraversare dei momenti di sconforto in relazione a determinati eventi. Tuttavia, esistono delle persone la cui reazione o la cui tendenza alla depressione, risulta essere disarmonica. Queste persone cadono in un abisso di disperazione, apparentemente, senza alcuna ragione; tra l’immagine di sè dalla persona depressa, ed i fatti obiettivi, esiste un invalicabile scoglio e le persone che versano in questa condizione, non si lasciano convincere facilmente dall’evidenza né dalla logica.

images (13)

Questa condizione emotiva ed emozionale che oggi chiamiamo depressione, è stata descritta da molti scrittori col nome di “melanconia”, con la quale si sottolineavano i turbamenti dell’umore, il comportamento auto degradante, il desiderio di morte, ed altri sintomi fisici e vegetativi quali per esempio l’agitazione, l’insonnia o l’inappetenza. L’anedonia, (i depressi si sentono indifferenti a tutto), rappresenta in genere una caratteristica tipica o sintomo patognomico della depressione. Negli ultimi anni, è diventata consuetudine considerare questa condizione come un disturbo affettivo o disturbo dell’umore, ma, è bene tenere presente, che, in molti casi, non si individua alcuna anomalia nell’umore della persona. La depressione, può essere mascherata ed il depresso non si rende conto di essere tale, il corpo esprime un disagio che la mente non riesce a percepire, classici sintomi sono, per esempio, mal di schiena, insonnia, stanchezza eccessiva, stitichezza, dolori muscolari.

Col termine depressione gli psicologi indicano una patologia contraddistinta da sintomi specifici, in grado di compromettere la capacità di una persona di affrontare la vita. Alcune di queste persone percepiscono il loro stato in maniera così totalizzante da non riuscire più a far fronte ad alcuna necessità della vita: non hanno contatti sociali, non riescono a mantenere un lavoro o un livello d’igiene decoroso.images (5)

Un’altra caratteristica della depressione è sicuramente la sua ciclicità o periodicità, un episodio depressivo può presentarsi e risolversi spontaneamente senza l’aiuto di alcun trattamento ma può capitare, anche a distanza di anni, che si rimanifesti. La ricorrenza, cioè la tendenza a ripresentarsi regolarmente, è da sempre, una caratteristica dei disturbi dell’umore. La maggior parte delle persone che si rivolgono a uno specialista ha già sofferto di episodi depressivi minori, di breve durata e che si sono risolti spontaneamente.

I disturbi dati dalla depressione costringono l’individuo a vedere se stesso, il proprio mondo e il proprio futuro in chiave negativa. Le persone depresse interpretano in maniera selettiva ed impropria i fatti e le esperienze, vedono la vita costellata di ostacoli e situazioni traumatiche che li sminuiscono, si considerano inadeguati, tendono ad attribuirsi le esperienze spiacevoli, come fossero conseguenza di un proprio difetto fisico o umorale o mentale. La reazione del depresso si basa su una interpretazione erronea dei dati disponibili e non su dati sbagliati, dal momento che la persona si aspetta un esito negativo su qualsiasi fronte, egli è privo di qualsiasi stimolo per fare qualsiasi cosa.

download (4)Generalmente, condividiamo con il senso comune, l’idea di percepire la realtà in maniera del tutto veritiera, ma, nell’interpretare qualsiasi situazione di vita, le persone hanno a disposizione numerose alternative per quanto riguarda la selezione delle informazioni, in realtà noi non videoregistriamo la realtà (come crediamo!), ma dirigiamo la regia, sottostimiamo il nostro contributo all’elaborazione dei dati. Il contenuto dei dati che si individuano nelle persone depresse, si traduce nell’interpretazione arbitraria, negli atteggiamenti distorti, nelle premesse sbagliate e nelle aspettative non realistiche.

La depressione è la manifestazione di un equilibrio che viene alterato, la causa di questa alterazione non è però unica ma dipende da svariati fattori, essendo causata da molteplici variabili, non c’è un solo modo per affrontarla ma è possibile, anzi auspicabile, un approccio integrato che comprenda ogni aspetto medico, clinico e psicologico e richiede una collaborazione tra diversi specialisti ed anche di supporto sociale (familiari, amici).images (14)

Giu 19, 2015 - coppia    No Comments

S/LEALTA’? La Famiglia invischiante

 

download (1)Quando due persone si sposano o vanno a convivere, costituiscono un nuovo nucleo familiare: la coppia

 

Il compito che i membri della coppia sono chiamati ad assolvere, come figli, è quello di realizzare un nuovo tipo di legame con le famiglie d’origine. Il processo di differenziazione ha origine con la scelta del partner, si consolida nel matrimonio o convivenza e vive un momento decisivo con la nascita dei figli.

La questione del mancato svincolo dalla famiglia d’origine è un argomento molto complesso che inizia nella primissima infanzia e che necessita di un contesto capace di dosare, le necessità di protezione e cura, con quelle di allontanamento  e indipendenza. Un contesto efficace, a tale scopo, è quello che promuove l’esplorazione, e che rassicura, il bambino nelle prime esperienze di separazione.

Un contesto familiare ansioso, caratterizzato da confini rigidi in cui viene veicolato il messaggio che il mondo esterno è pericoloso , che solo la famiglia può offrire un valido supporto, svilupperà quasi certamente, dei tratti di dipendenza e al contempo un vissuto di insicurezza, che diminuiranno le capacità di svincolo a partire dalla fase adolescenziale. Solitamente si tratta di soggetti a cui da sempre sono stati veicolati specifici “mandati familiari”, cioè insieme di compiti, che ogni membro è chiamato a soddisfare, aventi un carattere vincolante, finalizzati ad impedire in modo più o meno consapevole lo svincolo.

La famiglia cosiddettainvischiantenon consente ai propri componenti di esplorare il mondo, attua strategie di controllo, agisce sul senso di colpa. Al figlio a cui non viene concessa la libertà di allontanarsi, di soffrire, sbagliare e cadere, non verrà nemmeno concessa la possibilità di imparare a gestire le frustrazioni, rimediare ai propri errori e a rialzarsi dopo un fallimento.

I genitori che faticano a porre in essere una relazione, capace di promuovere le sue capacità, in futuro saranno, molto probabilmente, incapaci sia di accettare i confini tra il proprio nucleo e quello che il figlio andrà a costituire, che di gestire il vissuto di tradimento che sperimenteranno dopo il suo “abbandono”.images (2)

Il mancato svincolo da essa rappresenta, com’è facilmente intuibile, un importante fattore di rischio per la strutturazione e il mantenimento del rapporto di coppia. L’intensa sofferenza che deriva da una situazione di questo tipo è responsabile talora di separazioni e divorzi. Spesso all’origine della crisi di coppia, vi è l’incapacità di uno o di entrambi, di separarsi dalle rispettive famiglie d’origine. I comportamenti sono inconsciamente motivati dall’obbligo percepito di non poter deludere le aspettative dei genitori e di dover portare a compimento il “mandato familiare.

images (4)E’ facile riconoscere una coppia in cui uno o entrambi, non hanno raggiunto lo svincolo: i genitori si intromettono, si aspettano di sapere tutto, di influenzare i comportamenti, pretendono continue attenzioni e rispetto, ingeriscono nella gestione della casa, del lavoro e degli eventuali figli e, nei casi più gravi, criticano le scelte e attaccano il partner.

Il successo del processo di svincolo, è subordinato ad un processo di regolazione delle distanze dalla famiglia d’origine, non è necessario tagliare i ponti, ma si deve comunque mettere come priorità la nuova famiglia e sviluppare un nuovo senso di appartenenza. Le rispettive famiglie di origine, devono essere presenti come risorsa e non in competizione o in opposizione. L’obiettivo è quello di creare un senso di appartenenza e solidarietà tra marito e moglie, o compagni, la creazione di una squadra collaborativa che vada verso la stessa direzione, si tratta di un processo di lealtà, e di legittimazione reciproca, che faccia emergere la posizione di coniuge.images (3)

Se si desiderano maggiori informazioni, suggerire argomenti da trattare,

o una consulenza mirata

callDr.ssa Carla Piras

3248497238

cpstudio3@virgilio.it

Giu 15, 2015 - generale    No Comments

Ma che cos’è la dipendenza?

 

images (10)Ma che domanda è, tutti sappiamo cos’è…è ovvio! “Se vai in piazza o alla stazione vedi che è pieno di tossine…boh è la droga! Queste droghe sono dotate di forti impulsi chimici…ecco cosa significa dipendenza.

I tossicodipendenti sono spesso considerati come persone soggiogate, mosse all’azione da un circolo vizioso di assunzione/astinenza. Sebbene questo punto di vista possa sembrare attraente, è sostanzialmente sbagliato, (J.P.PJ. Pinel, Psicobiologia, pg. 321).

I tossicodipendenti, sono persone che abitualmente usano droga, ma non tutte le persone che usano droghe, sviluppano dipendenza, come mai? Cos’è che fa sì che ci siano persone che diventano tanto ossessionata da una droga, o da un comportamento, da non riuscire più a fermarsi? Negli ospedali per il trattamento del dolore severo, ci sono tante persone a cui vengono somministrati analgesici oppioidi, per lunghi periodi, di conseguenza, moltissime persone dovrebbero lasciare l’ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada. Inoltre, come spieghiamo la dipendenza dal gioco, affettiva, dal sesso, dal computer? Sul tavolo da gioco, nel PC, non ci sono impulsi chimici images (11).

L’equivoco maggiore che riguarda la natura della dipendenza, concerne la sua relazione con la dipendenza fisica, molte persone le considerano la stessa cosa. La dipendenza fisica, non è il motivo principale della dipendenza…

Rat Park, (B.Alexander, anni ’70), docente di psicologia a Vancouver, sfidando l’assunto secondo cui le droghe causano un’immediata dipendenza, condusse un esperimento su un gruppo di topi.

Suddivise i topi in due gruppi.

images (9)Un gruppo venne collocato nelle gabbie tradizionali mentre, per l’altro gruppo, costruì un parco topi, una gabbia di lusso all’interno della quale i topi avrebbero avuto a disposizione sfondi colorati, il miglior cibo, gallerie, tanti amici e la possibilità di accoppiarsi.-YI-JU-removable-font-b-cartoon-b-font-Mitch-font-b-Rat-b-font-Park

Ad entrambi i gruppi venne data la possibilità di scegliere se bere acqua pura o acqua mischiata con gocce di morfina, tutti ovviamente finivano per assaggiare l’acqua di entrambe le bottiglie, non sapendo che cosa ci fosse dentro. Ma ai topi del “parco” l’acqua drogata non piaceva, generalmente la evitavano, consumandone meno di un quarto rispetto ai topi isolati. Nessuno di loro morì. E mentre tutti i topi, tenuti soli e infelici, ne facevano uso pesante, ciò non accadeva ad alcuno di quelli immersi in un ambiente soddisfacente. Alexander, non riuscì a far diventare dipendenti i ratti del ‘Rat Park’ anche dopo averli obbligati a bere morfina per due mesi, voleva capire se, una volta sviluppata una dipendenza, il cervello risultasse talmente tanto degradato da non potersi più riprendere, i topi mostrarono qualche problema d’astinenza, ma smisero di farne uso, tornando a vivere una “vita normale”.images (6)

Bowlby parlava di “dipendenza efficace” e dell’essere in grado, dalla culla alla tomba, di rivolgersi agli altri, per ricevere supporto emotivo. Gli esseri umani hanno una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri. È così che ci gratifichiamo. Quando ci sentiamo insicuri, non accolti, diventiamo ansiosi, arrabbiati, rifiutiamo e restiamo distanti. Se non siamo in grado di entrare in “contatto” con gli altri, entriamo in contatto con qualsiasi altra cosa, carte, droga, alcool. Un alcolista si “lega” all’alcool perché non è stato in grado di legare, in modo altrettanto forte, con nient’altro, per cui il contrario dell’alcolismo non è la sobrietà, ma il contatto.

Sappiamo tutti che il fumo della sigaretta è uno dei più grandi generatori di dipendenza, il componente psicoattivo principale del tabacco è la nicotina. Quando furono sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo, così come per la sigaretta elettronica, i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi “la nicotina” senza le controindicazioni del fumo…

Ancora una volta, la storia che ci è stata raccontata sulle sostanze, come causa della dipendenza, per quanto vera, non è che un frammento all’interno di un mosaico più vasto. Ora cercare risposte certe al problema della dipendenza è come cercare di prendere l’acqua con le mani…c’è sempre qualche cosa che sfugge! Si cercano risposte che sono parziali, ma che possano, in qualche modo, gettare luce sulle vie da percorrere.

Tutto ciò riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali, abbiamo bisogno di legami, di entrare in contatto di amare e di essere amati, non sono le droghe a portare alla dipendenza, a causarla è un disagio più profondo quella sensazione di isolamento dagli altri.

Giu 10, 2015 - generale    No Comments

Giù la maschera!

imagesoooSpesso capita che sperimentiamo la difficoltà ad accettare che gli effetti, di scelte fatte, non corrispondano alle nostre aspettative. Quante volte ci siamo sentiti lontani da noi stessi, quasi in un’altra vita, eppure imprigionati alla “quotidianità. Spesso, il tentativo di costruirci un identità coerente si rivela fallimentare. Goffman, sostiene che la vita sia come un teatro e che ogni essere umano sia un attore ed interpreti tanti ruoli.

images (2)Anche Pirandello usa la metafora del teatro e parla di maschere. Nel Fu Mattia Pascal, Mattia, si trova ingabbiato in un’identità imposta (moglie, società,… se stesso!) e fugge per liberarsi di una maschera, ma nella società, non si può vivere senza maschere e presto è tempo di crearne un’altra.

 Sembrerebbe una storia, improbabile, ma cosa faremmo noi se avessimo la possibilità di ricrearci una vita?

Mattia Pascal, si sente decentrato, si considera meno dello “sterco del diavolo”, poca cosa nell’universo; è l’archetipo dell’uomo moderno, nato dal crollo di antiche certezze, una persona ingannata. Copernico diventa metafora del cambiamento, in contrapposizione all’ingannevole verità delle apparenze.

Quando a Mattia si presenta l’occasione di cambiare, egli approfitta e finge la sua morte; prova ad essere diverso, prende il nome di Adriano Meis, s’impegna a costruire un nuovo io, si butta verso la libertà, ma tale slancio si dissolve nelle intenzioni, non sa come costruire un Se diverso. Il suo grande dramma consiste nel fatto che, tentando d’essere libero, si sente sempre più condizionato da insormontabili circostanze. La debolezza di carattere gli impedisce di essere un vero uomo capace di prendersi le sue responsabilità. Mattia ed Adriano si fondono di nuovo nella mess’in scena del suicidio, non all’altezza di prendersi le proprie responsabilità…di nuovo. Mattia, incapace di trovare un suo posto, racconta la sua storia in attesa della sua terza e definitiva morte, come se, solo questa, potesse togliergli l’ultima maschera.

Ma allora qual è la soluzione? Rassegnarsi a essere ipocrite maschere dietro falsi sorrisi? Possiamo indossare tante maschere, ma riveleremo mai noi stessi? Conosci te stesso,  diceva Socrate, 470/399, a.c.images (4)

Mattia fugge dalla sua vita, ma non può scappare da se stesso e così vive due mezze vite, senza viverne nessuna.

La fuga non è mai una soluzione, i problemi ci attenderanno e prima o poi vorremo tornare e potremmo scoprire che il mondo è andato avanti senza di noi…e che qualcuno ha preso il nostro posto.

Il fatto è che, qualunque escamotage si utilizzi, non si può fuggire da se stessi. Non importa quante maschere si è disposti a indossare, non ci si potrà mai nascondere dal proprio Io. Si potranno ingannare gli altri, ma la propria sofferenza non se ne andrà. E fintanto che ci si “nasconderà” non si sarà mai in pace con se stessi.

Questo accade perché la nostra mente è costantemente impegnata a far combaciare ogni pensiero, emozione, azione ed esperienza fatta e non sopporta docilmente che una di queste variabili non vada nella stessa direzione delle altre. Le persone hanno la necessità di mantenere la coerenza fra le opinioni e le credenze che possiedono sull’ambiente, su sestessi, sul proprio comportamento. La nostra mente deve sentirsi sempre in equilibrio, images (3)

la percezione di una dissonanza, disequilibrio, ci pone in una condizione di disagio e sofferenza.

La Dissonanza Cognitiva (Festinger, 1957), uno dei concetti, secondo me, più affascinanti della Psicologia Sociale, non è altro che la tensione che deriva dall’affrontare uno stato di conflitto tra due pensieri, emozioni, azioni, o combinazioni di questi, che vanno in direzioni opposte.

mulan__s_reflection_by_aerobesk-d5ea1emPiù i sentimenti, i pensieri e le azioni coinvolte si allontanano dal nostro sistema di credenze, cioè dalla idea che abbiamo di noi stessi, maggiore sarà il disagio. In questa situazione allora sarà facilmente prevedibile che se una persona viene indotta o attua un comportamento non corrispondente ad un proprio atteggiamento, credenza, opinione, sperimenterà uno stato di dissonanza. Si entra, allora, in uno stato di inquietudine, tra ciò che si è fatto e la realtà e si procede all’elaborazione di vari aggiustamenti, al fine di ridurla.

La mente inizia a scontrarsi tra l’accettare di aver commesso un errore, cosa che metterebbe in una posizione di inferiorità e il non voler accettare di aver compiuto una scelta sbagliata, di aver fallito. Le soluzioni che potrebbe trovare saranno diverse a seconda dei casi: attribuzione di causa a fattori esterni, oppure svalutazione della azione, razionalizzazioni, deformazioni della realtà.

In realtà quello che si sta rifiutando di accettare è di aver sbagliato e di affrontare il senso di fallimento che ne deriverebbe.

images (5)Alcuni esempi: gioco d’azzardo, fumo, bere, sostanze stupefacenti, sostanze dopanti, rubare, evadere, restare con un partner violento, tradire, spacciare…

Di solito le persone si rendono conto di quando il proprio agire entra in conflitto con le proprie idee o opinioni, pensiamo al senso di colpa, e sperimentano uno stato di allarme cambiando le proprie opinioni, aprendosi a “nuovi modi di percepire la propria condotta”: “d’altronde molti lo fanno” o “lo hanno fatto” e “non è poi così dannoso”, di aggiustamenti di questo tipo ce ne sono un’infinità…

Tuttavia, le conseguenze in certi casi, com’è facilmente intuibile, seppur mirino a ridurre la dissonanza, possono essere dannose per l’individuo che rimane facilmente esposto a rischi e situazioni altamente pericolose. Riconoscere le conseguenze della riduzione della dissonanza cognitiva, può essere utile ad evitare esiti ben più dolorosi.images (1)

Ciò che conta, però, è che la modificazione delle cognizioni, che appare una sorta di “autoinganno”, non è di per sé un processo giusto o sbagliato, ma che tali modificazioni siano effettivamente funzionali al benessere dell’individuo. Quando questo non accade, allora è meglio cambiare strategia.

Giu 4, 2015 - scuola    No Comments

Bullismo

imagesIl termine bullismo deve la sua “notorietà” agli studi dello psicologo norvegese Dan Olweus che agli inizi degli anni settanta iniziò a studiare sistematicamente il fenomeno e rese il termine popolare. Il verbo inglese to bully significa “angariare, opprimere “, così come il sostantivo bully indica una persona arrogante, prepotente. L’espressione italiana bullismo è un adattamento al termine bulling che definisce i comportamenti di prepotenza tra bambini o adolescenti, caratterizzato da aggressione fisica, e/o verbale e/o psicologica. E’agito in modo prolungato da una o più persone, nei confronti di una o più persone. Anche il bullismo, come tutte le forme di persecuzione, è caratterizzato da episodi di prevaricazione ripetuti nel tempo, con una certa frequenza, tali da instaurare, in chi li subisce, emozioni negative durature.download (2)

La differenza tra le normali liti tra bambini o adolescenti e gli atti di bullismo veri e propri, consiste nell’intenzionalità e nella ripetitività, nel tempo, nonché nella soddisfazione che i responsabili acquisiscono, è evidente un tratto sadico tipico di certe condotte. La maggior parte di questi atti si verificano nelle scuole, o comunque nei luoghi frequentati dai gruppi.

Anche se si tratta di un fenomeno prevalentemente diffuso negli Stati Uniti, i paese Europei non ne sono esenti. La consapevolezza della gravità del fenomeno e delle sue conseguenza ha indotto i ricercatori ad indagare ulteriormente ed a programmare numerosi interventi finalizzati alla prevenzione.download (1)

Molte ricerche valutative permettono di sapere quali siano le azioni maggiormente efficaci: la presenza di un Dirigente che sostenga l’équipe educativa; la capacità degli educatori di mantenere l’ordine e la disciplina in maniera coerente, senza ricorrere a gravi punizioni; l’instaurarsi di buoni rapporti tra genitori ed insegnanti; la compartecipazione degli allievi nella gestione delle classi; il rispetto di regolamenti elaborati ed approvati da: insegnati, genitori ed alunni; sanzioni chiare. Sempre secondo Olweus è fondamentale non ignorare il problema ma coinvolgere i genitori e parlarne.

“Botte, lividi e paura: bullismo su un ragazzo delle medie, perseguitato dal branco

di Stefano Cassinelli

Mandello sul Lario (Lecco), 16 maggio 2014 -«Quello che è accaduto è grave, ma per il bene di mio figlio e anche degli altri ragazzi se la questione si chiude con i provvedimenti della scuola noi non faremo denuncia. Sono successe cose brutte ma non voglio rovinare la vita di ragazzini di 14 anni». Commenta così la mamma dello studente delle scuole medie di Mandello che è stato vittima di gravi atti di bullismo che negli ultimi mesi hanno reso la sua vita molto difficile. «Ho parlato con il preside – racconta la mamma del ragazzo che ha 14 anni – e se la scuola fa il suo dovere chiudo qui la storia, ma se dovessi vedere che la scuola fa melina e non tutela i diritti di mio figlio intendo seguire le vie legali. Siamo in attesa di vedere come si muove la scuola ma non ci devono essere alibi di alcun genere». A perseguitare lo studente sono i compagni di classe, «un gruppo abbastanza numeroso, una sorta di branco – spiega la madre – e poi c’è l’omertà del resto dei compagni». Il primo episodio grave è avvenuto a dicembre con un trauma alla gamba e una diagnosi di spostamento della tibia a causa di un calcio e la mandellese spiega: «Nostro figlio camminava a fatica e abbiamo preso atto della cosa, pensavamo a una stupidaggine di un compagno che aveva dato un calcio, non immaginavamo nulla del genere, abbiamo solo provveduto a curarlo. Non ci siamo voluti accanire contro la scuola pensavamo a un episodio sporadico». Purtroppo però le cose sono andate peggiorando: «Abbiamo notato dei cambiamenti in nostro figlio che non dormiva, era sempre più chiuso, aveva avuto un calo nel rendimento scolastico, pensavamo ad altri problemi, all’età. Abbiamo cercato di aiutarlo ma le cose non sono cambiate». La scoperta di quello che stava accadendo al ragazzo è avvenuta lunedì quando la mamma, che è insegnante, è tornata a casa dal lavoro: «Quando sono rientrata mi ha raccontato quello che stava accadendo e mi ha fatto vedere i vari lividi che aveva su tutto il corpo. Ha 14 anni si fa la doccia da solo e si cambia in camera sua e non ho avuto modo di capire cosa accadeva. Ho chiamato una professoressa che conosco e ho chiesto la sua collaborazione per avere dei consigli, quindi sono andata a scuola. Ho trovato le due insegnanti che mi hanno detto che cosa avevano visto. Lunedì gli hanno buttato le scarpe nella doccia, lui è entrato per riprenderle e lo hanno chiuso dentro, poi hanno riempito un cestino d’acqua e lo hanno buttato addosso. Da qui sono venute fuori tutte le storie di bullismo, di pugni, gomitate, sberle e pizzicotti appena non c’erano insegnati nei paraggi». Mercoledì la mamma è andata dai carabinieri e spiega: «La scuola deve prendere provvedimenti, io mi sono recata in caserma perchè devo tutelare mio figlio ma non voglio mettere nei guai nessuno. Se questa storia finisce e i responsabili saranno oggetto di provvedimenti io non farò denuncia perchè non voglio rovinare la vita di famiglie e ragazzi. Ma quello che hanno fatto è gravissimo e non deve passare senza conseguenze. Ho parlato già con alcuni genitori e non hanno difeso i figli anzi hanno dimostrato di essere persone a modo».”

images (7)Investire in programmi preventivi finalizzati alla promozione dei comportamenti prosociali concorre alla creazione di relazioni interpersonali positive. La prosocialità non solo incentiva le relazioni scolastiche, ma riduce anche la tendenza alla trasgressione o ad altri comportamenti antisociali quali vandalismo, furto, evasione scolastica. Inoltre, un ulteriore obiettivo significativo, da perseguire in un’ottica preventiva, è la responsabilizzazione dei ragazzi alla vita di comunità, attraverso il loro coinvolgimento attivo come risorsa e non come un problema da contrastare.

Se si desiderano maggiori informazioni, suggerire argomenti da trattare,

o una consulenza mirata

callDr.ssa Carla Piras

3248497238

cpstudio3@virgilio.it

Giu 1, 2015 - coppia    No Comments

Gelosia

gelosiaLa gelosia è uno stato emotivo determinato dal timore, fondato o infondato, di perdere la persona amata, nel momento in cui questa mostra premure verso un’altra persona. Va distinta dall’invidia,  che invece è un sentimento di ostilità e rancore per chi possiede qualche cosa che il soggetto, desidera, ma non possiede.

Anche i bambini soffrono di gelosie per esempio nei confronti di un fratellino o sorellina oppure alcuni cani la mostrano quando vedono il padrone accarezzare un altro cane, ma nello specifico ci occupiamo della “gelosia romantica”, della coppia. images (5)

Da sempre, sulla gelosia convergono opinioni molto diverse, c’è chi sostiene sia solo una forma di egoismo e di possessività, altri sostengono che si tratti di semplice attaccamento e che, nel “vero amore” non dovrebbe essere presente, altri ancora, che senza di essa, non si possa parlare di “vero amore”.

La parola di derivazione greca, zelos, (zelo, passione ardente, spirito di emulazione, rivalità), è una parola usuale, non facile nei suoi significati. La gelosia era anche una specie di persiana, dal cui interno si poteva vedere l’esterno, senza essere visti: i mariti, gelosi, imponevano questo tipo di infisso.

Quel che è certo è che la Gelosia esiste e si fa sentire! download

Ma come nasce la gelosia? Non è un’emozione primaria come rabbia, paura o disgusto, al contrario, richiede un’elaborazione più articolata. La gelosia è un mix fatto di ansia, incertezza e rabbia. È la tendenza a sospettare di tutto diventando ossessivi per sé e per il partner. Si cerca la sua presenza in termini esclusivi e personali, si reclama l’altro, perchè lo si considera un “oggetto” piuttosto che un “soggetto”. Una ossessività che turba la relazione con comportamenti sgradevoli e/o con eccessi ingiustificati. L’interesse primario non sembra risiedere nella salvaguardia della coppia, ma nell’amor proprio. La sua complessità dipende dalla sensazione d’inadeguatezza, dalla scarsa autostima, dalla scarsa fiducia nella persona amata e in una marcata paura dell’abbandono. Spesso, proprio la gelosia è la causa della rottura di una relazione.

Le persone che soffrono di gelosia la subiscono e non sanno come gestirla, si scompensano, e si pronunciano contro il partner. Interrompono ogni forma di intimità e di dialogo civile, minacciano di porre fine alla storia, ingigantiscono sospetti, pongono veti, meditano vendette, mettono l’altro sotto pressione e cadono in preda a un pessimismo insensato.

Altre persone, invece, sanno ben convogliare questo stato d’animo in comportamenti che uniscono la coppia. In questi casi il geloso, a prescindere da quanto accade, si schiera dalla parte della coppia: ha una forte fiducia nella relazione, fa sentire al partner la sua gelosia in modo non aggressivo, cercando una maggiore intimità per rinsaldare insieme il rapporto.

A seconda dei casi, le differenti circostanze, possono condurre la coppia verso esiti contrastanti: uno è il rafforzamento dell’intesa, l’altro è il suo sgretolamento progressivo.

oeufColoro che sentono insinuarsi il tarlo della gelosia, dovrebbero cercare di non abbandonarsi ai “sospetti”, ma dovrebbero sforzarsi di cercare risposte dentro di e concentrarsi sul livello di fiducia nel compagno/a e sul perché di tale mancanza. Piuttosto che metter in moto pericolosi circoli viziosi deleteri per ogni relazione: fare scenate, accusare il partner, solitamente vengono subiti, non senza conseguenze. Fare il possibile per spiegare il proprio malessere e chiedere maggiori attenzioni, il primo sostegno può arrivare dalla fiducia che si accresce attraverso la comunicazione: l’impegno per cercare di farsi capire verrà ricompensato da una maggiore sicurezza in se stessi.

 

Mag 29, 2015 - mediazione    No Comments

La Mediazione Familiare brevi cenni storici.

 La Mediazione Familiare brevi cenni storici

images (43)La Mediazione Familiare nasce negli anni settanta, negli Stati Uniti, ad opera di un avvocato e psicologo ed esperto in mediazione del lavoro, che provato dalla sua personale esperienza di separazione ebbe l’intuizione ed elaborò la procedura. In Italia, la mediazione arriva verso la fine degli anni ottanta a Milano nel 1987 dove opera il GEA, Centro genitori ancora, con il modello della mediazione parziale orientato alla responsabilizzazione dei genitori nei confronti dei figli, che nella mediazione non vengono coinvolti. A Roma nel 1988 da una collaborazione tra il Centro studi di Psicologia Giuridica dell’età evolutiva e della famiglia dell’Università La Sapienza e l’Ufficio tutela della pretura di Roma con lo scopo di creare un contesto nel quale creare un’esperienza di accoglienza psicologica e relazionale dell’esperienza della separazione. Anche a Roma il modello adottato è quello della mediazione parziale, con in più la variante dell’invio da parte del Giudice che ha già esperito un tentativo di riconciliazione e della possibilità di coinvolgere, se necessario i figli, con l’obiettivo di dar voce ai loro bisogni. Nel tempo si sono sviluppati numerosi centri di mediazione con diverso tipo d’orientamento. Sono state fondate anche diverse associazioni quali, per esempio l’A.I.M.S., Associazione Internazionale mediatori sistemici, ISCRA di Modena, ITF di Firenze, SIMeF Società Italiana di Mediazione Familiareimages (4).

Nei principali modelli di mediazione familiare il denominatore comune riguarda il principio della competenza.  Le diverse modalità di definizione degli obiettivi e la diversa articolazione degli interventi, comportano una diversa attribuzione di significato al principio stesso di competenza. I diversi modelli tentano di trovare un equilibrio tra la considerazione degli aspetti pragmatici e la considerazione degli aspetti relazionali, cercando di risolvere in vario modo i rischi connessi al prevalere dell’uno o dell’altro aspetto. Nel modello basato sui bisogni evolutivi, per esempio, l’aspetto chiave è rappresentato dalla possibilità che una parte del lavoro di mediazione, sia destinata anche alla costruzione di uno spazio in cui siano possibili, gli scambi emotivi, i richiami al passato, mantenendoli, comunque, limitati nel tempo e nello spazio, e non trascurando gli obiettivi pragmatici.

Al fine di definire meglio cos’è la mediazione ma soprattutto cosa non è, riportiamo la prima definizione di mediazione familiare messa appunto dalla Association pour la promotion de la mèdiation familiare, APMF, 1990:

-La mediazione familiare in materia di divorzio o di separazione, è un processo in cui un terzo, neutrale e qualificato, viene sollecitato dalle parti per fronteggiare la riorganizzazione resa necessaria dalla separazione, nel rispetto del quadro legale esistente. Il ruolo del mediatore familiare è quello di portare i membri della coppia a trovare da sé le basi di un accordo durevole e mutuamente accettabile. Tenendo conto dei bisogni di ciascun componente della famiglia e particolarmente di quello dei figli in uno spirito di corresponsabilità e di uguaglianza dei ruoli genitoriali.

La definizione contenuta nella Carta Europea degli standard di base, per la formazione professionale dei mediatori familiari, redatta dal Forum Europeo di formazione e ricerca in mediazione familiare costituito a Marsiglia nel 1997, al quale aderiscono i più importanti centri di ricerca e formazione sulla mediazione familiare europea:

-La mediazione familiare in materia di divorzio e di separazione personale dei coniugi è un processo nel quale un terzo, specificatamente formato, viene sollecitato dalle parti per fronteggiare le riorganizzazioni rese necessarie dalle separazione, nel rispetto del quadro legale esistente. I mediatori operano per ristabilire le comunicazioni tra coniugi al fine di pervenire a un obiettivo concreto, la realizzazione di un progetto di organizzazione delle relazioni genitoriali e materiali dopo la separazione o il divorzio.

La Mediazione Familiare in materia di divorzio e di separazione non è né una consulenza legale, né una consulenza di coppia/familiare, non è una terapia. I mediatori possono suggerire agli interessati di consultare altri professionisti del Diritto, delle Scienze umane, e così via, ogni volta che se ne riconosce la necessità.

In Italia, citiamo la definizione di mediazione familiare utilizzata dalla SIMeF, Società Italiane di Mediazione Familiare:

-La mediazione familiare è un percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in seguito alla separazione o al divorzio: in un contesto strutturato il mediatore familiare, come terzo neutrale, e con una preparazione specifica, sollecitato dalle parti, nella garanzia del segreto professionale e in autonomia dall’ambito giudiziario, si adopera affinché i partner elaborino in prima persona un programma di separazione soddisfacente per sé e per i figli, in cui possano esercitare la comune responsabilità genitoriale.

Come abbiamo visto i primi passi della mediazione familiare sono stati effettuati nel tentativo di arginare gli effetti deleteri della gestione giudiziaria di un conflitto, quale quello fra ex partner, che tutto ha, tranne che la possibilità di essere gestito, contenuto o risolto attraverso il ricorso ad un GiudiceGrazia_Negata.

La conflittualità che esiste tra due persone che si separano, è molto diversa dalla conflittualità esistente fra due persone che si rivolgono ad un Giudice per un motivo qualsiasi. La vicinanza affettiva rende il conflitto fra ex partner del tutto particolare, dove, comportamenti apparentemente irrazionali ed incomprensibili, vanno decifrati utilizzando un diverso codice.  Il punto non è tanto stabilire chi ha torto o chi ha ragione, ma cercare,  nel rispetto delle reciproche diverse posizioni, di formulare degli accordi, che consentano una coesistenza il più possibile produttiva.Per quanto possa apparire paradossale  o assurdo, a volte è più facile accettare la scomparsa della persona amata che non la separazione.

oppure…

 

Mag 29, 2015 - mediazione    No Comments

Negoziazione: transazione, arbitrato, mediazione.

images (41)

Introduzione alla Mediazione

La negoziazione rappresenta la forma più evoluta di coordinamento fra gli esseri umani, è possibile se vi sono due o più parti negoziali portatori di differenti interessi ed è finalizzata al raggiungimento di un accordo vantaggioso. E’ uno strumento dal quale è possibile, decifrando le divergenze, creare valore. Accade tuttavia che, nel corso della transazione, le parti arrivino ad un vicolo cieco images (40)ed il negoziato non possa progredire. In tali circostanze la transazione si presenta difficile e per la prosecuzione delle trattative è possibile utilizzare una terza parte, in grado di sbloccare la situazione. All’interno di una dinamica negoziale “le terze parti” che possono essere chiamate in causa sono sostanzialmente il negoziatore, il mediatore e l’arbitro. La differenza tra arbitrato e transazione, e mediazione non è di poco conto.

Nell’arbitrato le persone cercano una soluzione, con l’aiuto di un terzo neutrale che, sentite le parti, decide per loro. L’arbitraggio non incoraggia le parti a cercare una soluzione, a impegnarsi responsabilmente nel ricercare un accordo negoziato a assumere atteggiamenti cooperativi.

Nella transazione si cerca un compromesso intorno alle posizioni dei contraenti. Si tratta più che altro di una scomposizione che verte più sulle pretese, che sui reali motivi delle stesse. Il negoziatore riferisce le volontà delle parti e, per le decisioni ad esse, si deve rivolgere.

Cercherò di chiarire con un esempio. In casa ci sono quattro mele,images (45) Gina vuole fare una torta, ma Pina, la sorella, vuole fare l’impacco. Per fare la torta serve la polpa,  mentre per l’impacco occorre la buccia. Entrambe vogliono le mele. Arriva la mamma, (arbitro), sente che non si accordano, si stanca e consegna due mele a Gina e due a Pina…images (47) le mele ora sembrerebbero “equamente divise ma ne Gina ne Pina, sono contente ed entrambe non possono soddisfare i loro “bisogni”.

La mediazione si presenta come un’alternativa rispetto alla conciliazione (arbitrato e transazione), poiché prevede che le parti vengano, sollecitate a raggiungere un accordo che però deve essere liberamente disposto dalle stesse. La figura del mediatore, rispetto alla figura dell’arbitro facilita la collaborazione fra le parti, il reciproco ascolto, non favorisce la delega ma sollecita l’assunzione della responsabilità ed incoraggia le parti affinché raggiungano un accordo, soddisfacente per entrambi: la polpa a Gina per fare la tortaimages (44) ; la buccia a Pina per fare l’impaccoimages (46)

continua

 

 

Se si desiderano maggiori informazioni, suggerire argomenti da trattare,

o una consulenza mirata,

callDr.ssa Carla Piras

3248497238

cpstudio3@virgilio.it

 

 

 

 

 

Pagine:«1234567»